
PRATO – Se la solidarietà è reato, loro sono i più cattivi. Anzi sono “cattivissimi”, perché da gente comune, ‘invasi’ da chi fugge dalla guerra e dalla fame, hanno scelto di stare con chi era alla ricerca di un futuro migliore. Loro sono la coppia di ristoratori di Samos, Maria Makrogianni e Michail Georgais, il muratore di Lampendusa Costantino Baratta e sua moglie Maria Rosa Maggiore e due bidelli di una scuola di Palermo, Gaetano Alfano e Patrizia Bucchieri. Buonisti e dunque colpevoli. I primi quattro presenti in carne e ossa, gli altri due in video.
Nasce così – con un’evidente e dichiarata provocazione, nel clima di “criminalizzazione generale della solidarietà ” (che è cosa diversa dal cercare e punire eventuali mele marce)-, il panel del pomeriggio di “Mediterraneo Downtown” condotto da Massimo Cirri, storica voce di Caterpillar su Radio Rai2, pratese (anzi carmignanese) da parecchi anni trapiantato a Milano. Un incontro con persone comuni, che credono ancora nella solidarietà e nelle leggi dell’uomo, che invocano l’istituzione di corridoi umanitari per evitare le tragedie dell’immigrazione, che hanno superato la barriera (apparente) della lingua parlando a gesti e disegni con questi ragazzi, bambini, uomini e donne che sono giunti dal mare, che li hanno sfamati ed accolti in casa, incuranti dei vicini che a volte li additavano, come raccontano i due ristoratori grechi, che hanno tirato su dal mare volti dai grandi occhi bianchi che invocavano aiuto aggrappati a bottiglie di plastica. Tremanti. “Ragazzi maturi e determinati – dice Patrizia – e pieni di aspettative che i nostri ragazzi non hanno più”. Ragazzi educati.
Stare accanto alla disperazione logora: non vi sentite stanchi, domanda alla fine il conduttore. “Se dovessimo stancarci andremo avanti comunque” risponde deciso Michailis, lui che solo a parlare dei tanti ragazzi accolti continua a commuoversi: profughi che sono diventati persone, con un nome e con cui loro, i “cattivissimi”, a distanza di anni e con migliaia di chilometri nel mezzo continuano a scambiarsi messaggi. “Ma in fondo – dicono Costantino e la moglie Rosa Maria – cosa altro potevamo e possiamo fare? Se scappano c’è un motivo. E quando scopri le loro storie, di come ad esempio in Somalia e in Eritrea si viene rastrellati per combattere in eserciti contrapposti fino a cinquant’anni non puoi non fuggire”. Anche sapendo che nel viaggio sarai stuprata o rischierai la vita su un gommone carico dieci volte il limite di sicurezza. Â
“Andiamo veloci e non c’è più tempo di approfondire. Invece abbiamo bisogno di approfondire” sottolinea l’assessore alla presidenza della Toscana, Vittorio Bugli. La Regione è stata tra i promotori di questo festival pratese, nato per diventare un appuntamento annuale. “Questa tre giorni ci racconta come questi problemi siano la carne viva della nostra società ” annota il sindaco di Prato, Matteo Biffoni.
“Per questo non possiamo disinteressarcene – dice Bugli – e siccome le persone di buona volontà e di buoni sentimenti ci sono è il momento di schierarsi contro chi vorrebbe stravolgere il senso comune e marginalizzare questo nostro senso di umanità . Se i profughi smettono di essere profughi e diventano persone, tutto cambia. Le paure si stemperano. E forse questo da noia a qualcuno. Anche ai fascisti che stamani sono venuti a protestare”. “Si usano i diversi per tornaconti di voti personali – va ancora più diretta Alessandra Morelli di Unhcr – e riappropriarsi delle parole empatia e solidarietà , capovolgendo una certa narrativa, è la Resistenza dei nostri giovani”.Â
Empatia e solidarietà che i quattro “cattivissimi” sul palco del Museo del Tessuto di Prato conoscono bene. Da tempo. Costantino si è imbattuto nel primo profugo nel 1999. “Era appena sbarcato, allora la navi arrivavano sotto costa durante la notte, a piccoli gruppi – racconta – Beveva da un fusto con l’acqua che usavamo al cantiere per il cemento. Gli abbiamo dato la nostra acqua e i nostri panini”. Il primo incontro di Rosa Maria risale invece al 2011. Si chiamava Tarak , partito dalla Tunisia, e ora vive a Lione. Cercava un telefono in prestito per avvertire la famiglia che era arrivato. Lei l’ha portato a casa per permettergli di fare una doccia e dargli qualche vestito e da mangiare. Ha fatto anche una colletta per lui, la prima della vita.  Poi sono arrivati Robel, Luan che è stata salvata dal mare nel tremendo naufragio del 2013 all’imbocco del porto e tanti altri.
“Facciamo panini e piangiamo – confessa Maria della piccola isola greca di Samos, pronta a fare cinquanta lavatrici al giorno se serve. Tante altre persone dell’isola si sono resi disponibili, come loro. “Ma non tanti come mi sarei aspettata – si sofferma – E di questo mi vergogno”. Hanno dovuto chiudere la taverna, perché non veniva più nessuno. I vicini hanno chiamato più volte la polizia. “L’ultimo episodio- termina – risale alla scorsa Pasquetta: con me c’erano tredici bambini, volevano pulire la strada davanti casa, ci tenevano a fare qualcosa, ma a qualcuno la loro presenza dava noia. C’è chi in passato mi ha lanciato anche sassi contro la finestra. Ma noi continuiamo ad andare avanti”.
Il mondo in fondo è grande e “abbiamo taglie di tutti i tipi” , come Pennac fa dire ad un sarto ebreo parigino (ma la religione qui non c’entra) personaggio di una sua storia.
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Fonte: Regione Toscana