
Lucca, 29 Maggio 2026 – Ci sono tre indagati con l’accusa di omicidio colposo in concorso per la morte della famiglia Kola, avvenuta la sera di Mercoledì 4 Febbraio scorso nella loro casa a Rughi, nel comune di Porcari in provincia di Lucca, a causa dell’esalazione di monossido di carbonio da una caldaia. La Sostituto Procuratore della Procura lucchese, Paola Rizzo, ha inserito nel registro degli indagati le persone che, nella prossima settimana, dovranno nominare un avvocato o un consulente per un esame tecnico non ripetibile sull’impianto di riscaldamento che ha causato la tragedia. La notizia è riportata oggi dal quotidiano Il Tirreno.
La casa della famiglia Kola in via Galgani a Rughi dove si è svolta la terribile tragedia a causa di una caldaia difettosa
Sterminio di un’intera famiglia
La famiglia di origine albanese fu sterminata dopo aver inalato i veleni causati, secondo l’accusa, da un malfunzionamento della caldaia dovuto a un presunto errore umano. I Kola, assistiti come parte lesa dall’avvocato Gianmarco Romanini, furono trovati in condizioni gravissime dai vigili del fuoco, carabinieri e personale dell’ASL. Arti, il padre di 49 anni, la madre Jonida di 43 anni, e i loro figli Hadjar di 22 anni e Xhesika di 15, non furono salvati. Il livello di monossido di carbonio nel loro sangue era tale da precludere qualsiasi soccorso immediato.
Locali saturati in poche ore: la ricostruzione
Nelle settimane scorse, la Procura ha effettuato una serie di simulazioni tecniche affidate ai vigili del fuoco per ricostruire il funzionamento dell’impianto e capire come il gas killer avrebbe saturato in poche ore i locali della villetta di nuova costruzione. Gli approfondimenti si concentrano principalmente sulla disconnessione del tubo collegato alla caldaia e sul foro di ventilazione scoperto dagli investigatori durante gli sopralluoghi. Invece di uscire all’esterno, i fumi avrebbero lentamente saturato gli ambienti domestici, fino a stordire e poi sopraffare in uno stato di incoscienza letale i membri della famiglia.
La certificazione di agibilità
Secondo “Il Tirreno”, le indagini avrebbero rivelato un altro elemento cruciale: la proprietà aveva la certificazione di agibilità. Chiunque abbia firmato quel documento ora rischia l’accusa di omicidio colposo. Per tale accusa, è necessario che il procedimento giudiziario prenda in considerazione la caldaia, al centro di verifiche e prove, in presenza di tutte le parti coinvolte nel procedimento. Chi firma un documento in cui certifica, sotto la propria responsabilità tecnica o di collaudatore, che la caldaia è regolare e funzionante, deve poi rispondere delle conseguenze dell’impianto. A meno che gli indagati non riescano a dimostrare che l’impianto è stato manomesso accidentalmente da terzi. La strage dei Kola si consumò in silenzio. Solo una telefonata al 118 del figlio maggiore, già in stato di sonnolenza e perdita di coscienza, con un indirizzo errato. Un errore che ha fatto perdere minuti preziosi per i soccorsi.
2026-05-29 21:07:00


