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Si amputa un braccio mentre lavora su una macchina in un’azienda: maxi risarcimento per un manovale

È stato assunto come dipendente di una cooperativa sociale con sede legale ad Altopascio con la qualifica di facchino, ma era stato impiegato a lavorare ad una macchina multilame e ad una scorniciatrice all’interno di una ditta di Castelfranco di Sotto, dove l’1 dicembre 2014 ha subito un infortunio che ha portato all’amputazione del suo braccio destro. Un incidente che, secondo le ipotesi accettate dal giudice del lavoro del tribunale di Lucca, basate sulle valutazioni del Ctu, ha comportato un danno biologico permanente all’operaio, a causa dell’incapacità al lavoro derivata da quel tragico episodio.

Per queste ragioni, nel contesto del procedimento civile avviato dal lavoratore di Lucca, la giudice Alfonsina Manfredini ha condannato il rappresentante legale della ditta di Castelfranco, insieme ad altri responsabili dell’azienda al momento dell’infortunio, a risarcire il dipendente della cooperativa per un importo di 604.607 euro.

Secondo l’accusa, il facchino sarebbe stato costretto inizialmente a lavorare ad una macchina multilame e successivamente ad un’altra macchina chiamata scorniciatrice, in violazione, secondo quanto sostenuto dal giudice, del divieto contrattuale di impiegarlo in lavori diversi da quelli di facchinaggio, per i quali era stato assunto.

Mentre l’operaio stava lavorando alla scorniciatrice, si è procurato l’amputazione del braccio destro che è rimasto intrappolato nelle ingranaggi della macchina. Secondo quanto riportato nella sentenza del giudice, l’infortunio è avvenuto perché il cofano di protezione frontale del macchinario era aperto e il microinterruttore, posto tra la porta anteriore della macchina e il carter che assicura l’arresto delle parti rotanti, non avrebbe funzionato.

Secondo le indagini condotte dagli ispettori, il macchinario, oltre a presentare un microinterruttore difettoso, mostrava anche altre anomalie. In particolare, durante alcune simulazioni di funzionamento, gli ispettori hanno rilevato che l’attuatore di fine corsa rimaneva bloccato sia in posizione di chiusura (molla compressa) che in posizione di apertura (molla rilasciata) a causa di sporcizia accumulata di cui, secondo le indagini condotte dagli ispettori, l’operaio non era stato adeguatamente informato. Un quadro che, secondo l’accusa, sarebbe alla base delle cause dell’infortunio che ha portato all’amputazione del braccio del facchino.

2024-05-15 12:10:34