
Fabbio Sechi ha preso parte a Lo Spazio Audace – Vignette e caffè durante Lucca Comics & Games 2025 per discutere del primo capitolo di Ikhnos – Shardana, il fumetto autoprodottarealizzato insieme a Massimo Ginatempo.

Ciao Fabbio, benvenuto! Ikhnos è un fumetto che racconta di tanta Sardegna. Come nasce l’idea di creare questo fumetto e cosa rappresenta la tua terra nelle sue tavole?
Il fumetto è nato diversi anni fa. C’era questo movimento su Facebook per la ricerca di disegnatori e scrittori e così ho incontrato Massimo. Mi aveva proposto di lavorare insieme e, dato che i miei genitori sono sardi e lui è sardo, di Porto Torres, ci è venuta l’idea di raccontare la storia della Sardegna in chiave fantasy, utilizzando i miti sardi e mescolandoli con un po’ di storia alternativa come il mito di Atlantide. La Sardegna è ricca di questa immaginazione fantastica e quindi abbiamo usato i miti sardi, come i giganti, le tombe dei giganti, le fate e in generale la cultura megalitica con le sue grotte scavate da non si sa chi con all’interno delle incisioni stupende, che rappresenta anche il simbolo dell’Atlantide, cioè la spirale che rappresenta la piantina della città mitica. Siamo partiti da lì, da alcuni ricercatori di fine Ottocento e inizio Novecento che raccontavano il mito del popolo di Atlantide che conquistava il Mediterraneo partendo dalla Sardegna e arrivando fino al nord dell’Egitto. In effetti, il collegamento tra Egitto e Atlantide, e anche gli Aztechi, è molto forte. Questa è la base per un racconto su cui poi abbiamo costruito una storia di un gruppo, con Atlantidei che arrivano in Sardegna e iniziano a scoprire i misteri di quest’isola. Da lì inizia una narrazione tra il presente e il passato. Nel presente siamo negli anni Settanta, con un nonno che racconta al nipote la vera storia della Sardegna.
Questo è il primo capitolo, qual è la proiezione? È una saga?
Ci sono quattro capitoli, con un piano dell’opera già definito. Stiamo già disegnando il secondo capitolo, siamo a pagina dieci e dobbiamo affrettarci perché siamo già un po’ in ritardo. In realtà, Massimo Ginatempo ha scritto una saga infinita, di venti volumi, ma per ora la storia si concluderà con questi primi quattro.

Il tuo segno è molto realistico, quali tecniche usi e come organizzi il lavoro?
I sketch li faccio con la tavoletta grafica, con Photoshop. Poi le stampo, faccio i chiaroscuri con l’acquarello e poi i colori in digitale. Le stampo perché non mi piace il segno della tavoletta grafica, che è sempre molto standardizzato, quindi in pratica le ridisegno utilizzando come traccia il lavoro a tavoletta grafica, come se fosse uno schizzo leggero, sviluppando un segno più grasso o più impastato, che è quello che preferisco.
Nella tua biografia si legge che a livello artistico sei stato perfezionato da Riccardo Federici e sembra che questa esperienza si rispecchi un po’ nel tuo stile. Quanto è stato importante questo percorso formativo per te?
È stato molto importante perché Riccardo, oltre ad essere un amico, è un grande maestro e sul disegno realistico penso sia uno dei migliori al mondo in questo momento. Ha una padronanza dell’anatomia, delle proporzioni e della prospettiva che sono veramente invidiabili. Io ho studiato all’Accademia di Belle Arti quindi avevo già una formazione classica. Comunque, incontrando un maestro come Riccardo, ho cercato di prendere il più possibile da quell’esperienza.
Per rappresentare la Sardegna mitica, quanto e come hai dovuto documentarti? Ad esempio per le barche che presenti all’inizio della storia?
Ho cercato tutti i riferimenti storici e fatto uno studio di tutte le architetture. Bisogna dire che in Sardegna, da questo punto di vista, c’è una grande ricchezza, per esempio di bronzetti, che sono le piccole sculture di vestiti, armi, barche. Intorno ai nuraghi ne sono stati trovati molti. Alcuni rappresentano la vita quotidiana, molti raccontano dei guerrieri sardi, come portavano le armi, le tracolle, gli archi. E poi lo studio delle barche. Sempre dai bronzetti possiamo capire che, nonostante nei tempi moderni la Sardegna non abbia una grande cultura della navigazione, per gli antichi nuragici era molto importante. Infatti c’è un po’ una controversia sulla storia degli Shardana, che sono i protagonisti del primo capitolo, un popolo guerriero che si pensa fossero gli antichi sardi. Erano così famosi nel Mediterraneo che vennero scelti come guardie del corpo speciali di Ramsès II. E ci sono molte altre curiosità. Ad esempio anche il mito dei caschi con le corna non è vichingo, quella è una rilettura dell’Ottocento, mentre nei bronzetti sardi ci sono già i caschi con le corna e quindi è una caratteristica dei sardi. Così come lo scudo rotondo, che è sempre associato ai vichinghi, ma in realtà era uno scudo Shardana, oppure le varie armi in bronzo a forma triangolare, che abbiamo riutilizzato nel fumetto come altre armi che verranno mostrate nei volumi successivi.
Come avete bilanciato la narrazione con le contaminazioni di mito, storia, leggenda di cui hai parlato?
In realtà il mito ci aiuta. Fare raccontare una storia dal bisnonno al nipote ci ha permesso di saltare alcune parti che erano in contraddizione tra di loro. Poi è tutto legato da una storia in cui gli eroi combattono i cattivi, rivisitando l’iconografia classica della narrativa fantasy. Non ci siamo imbattuti troppo nelle contraddizioni storiche, anche se di sicuro ce ne saranno alcune.
