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Ok allo stato di emergenza. Legambiente e WWF analizzano il disastro

In seguito all’incendio sul Monte Faeta, attualmente in fase di bonifica, il presidente della Toscana, Eugenio Giani, ha deciso di dichiarare lo stato di emergenza regionale per poi richiedere lo stato di calamità nazionale. Il decreto è già pronto per la firma. “Sono stati devastati oltre settecento ettari di foresta, oltre alla necessità di evacuare migliaia di residenti”, ha sottolineato il presidente. “Si è trattato di un incendio di enormi proporzioni e bisogna ripristinare i danni il più rapidamente possibile e intervenire contro il rischio di instabilità idrogeologica delle zone colpite dal fuoco, piantando nuovi alberi”.

“Un enorme danno ambientale”. Risulta difficile quantificare in cifre il “costo” di centinaia di alberi bruciati sul Faeta. È più semplice, invece, riflettere sull’incendio di questi giorni e guardare indietro agli incendi avvenuti otto anni fa sui monti, quando un vasto incendio distrusse più di mille ettari di foresta nella zona di Calci. I due eventi sono “comparabili”, secondo il gruppo ambientalista Legambiente Capannori e Piana Lucchese, che sottolineano quanto sia vitale parlare di prevenzione. Non tanto in termini di divieti, secondo la presidente Angela Giannotti, quanto piuttosto nella gestione e cura di questi luoghi: mantenere pulite le faglie antincendio (cioè aree artificialmente incolte per ostacolare le fiamme) e un sistema di coordinamento per una risposta rapida, che in questo periodo primaverile e quindi “fuori stagione”, potrebbe essere un po’ arrugginito.

Altri, come la biologa Arianna Chines, membro del direttivo Wwf Alta Toscana, ricordano che non esiste una soluzione universale per la tutela delle foreste e dell’ambiente, che dovrebbe essere valutata caso per caso. Per questo, secondo l’esperta, è fondamentale aprire un tavolo di coordinamento e monitoraggio per la tutela della biodiversità sul Monte Pisano, un’area, purtroppo, altamente infiammabile come abbiamo visto. L’area è infatti compresa nella ‘Rete Natura 2000’ che, con specifiche norme e restrizioni aggiuntive rispetto alla legge regionale (anche per potature, ad esempio), protegge a livello europeo la conservazione di specifici habitat, come quello che ha preso fuoco in questi giorni. In queste zone, la pastorizia e l’olivicoltura convivono, il che, se da un lato consente una varietà di paesaggi, dall’altro rende più difficile mantenere un equilibrio.

Oltre a ciò, sul Monte Pisano esistono aree di protezione specifica, come il Monte Castellare, dove crescono orchidee spontanee che potrebbero aver subito danni irreparabili in termini di biodiversità autoctona, che quindi deve essere protetta. Non era autoctono, invece, il pino marittimo malato, con la sua elevata resinosità e secchezza che sono state “benzina” per l’incendio, distruggendo tutto ciò che trovava attorno a sé. Anche i micromammiferi, come gli istrici o le talpe, non sono riusciti a scappare in tempo dalle fiamme.

Lo stesso vale per i rettili, soprattutto ora che siamo nel periodo di nidificazione. È difficile determinare quanti organismi viventi siano rimasti intrappolati nell’incendio. Come ricordato dal gruppo di Legambiente, c’è poi la questione significativa dell’inquinamento ambientale: un albero adulto che brucia libera rapidamente nell’atmosfera centinaia di chilogrammi di Co2, moltiplicando per migliaia di alberi. Ma cosa succederà ora? Già dal prossimo anno potremmo vedere del verde, ma ci vorranno anni per avere nuovamente una vera foresta. Si spera che specie esotiche, come l’acacia, non trovino terreno fertile negli “spazi vuoti” per diffondersi prima delle altre specie della cosiddetta macchia mediterranea (alcuni esempi sono leccio, sughera, corbezzolo, pino marittimo salutare, e il ginepro), tristemente abituata da secoli al fuoco.

Jessica Quilici

2026-05-05 07:12:00