
Tredici musicisti in scena e uno spettacolo senza ombre giovedì in piazza Napoleone a Lucca
Ci sono concerti che è difficile spiegare o addirittura riassumere. Perché superano il semplice aspetto musicale, o visivo, o emotivo. In una parola, sono «diversi». E l’unica soluzione è consigliare a più persone possibili di vederlo.
David Byrne è intelligenza pura applicata alla musica, e più generalmente all’arte. Lo scopriranno, se non l’hanno ancora fatto, i fortunati che hanno ottenuto un biglietto (lo spettacolo è tutto esaurito) per l’evento a Lucca di Who Is the Sky?, il tour che il cervello (e cantante) dei Talking Heads sta portando in giro per il mondo con una band di dodici elementi tra musicisti, cantanti, ballerini (ruoli interscambiabili e sovrapponibili tra loro) che rivisitano vecchie tracce dei Talking Heads ovviamente (da Heaven, apertura del concerto, a Once In a Lifetime, per citarne solo una coppia
, ma alla fine saranno undici) ma anche della carriera solista di Byrne, con ben cinque canzoni da Who Is the Sky?, l’ultimo album che dà il titolo al tour.
A cosa assisteranno i fortunati sopra menzionati? Come detto, è difficile da raccontare. Tre giganteschi schermi utilizzati con raffinata intelligenza circonderanno i tredici attori, in tute da lavoro blu o arancione a seconda dell’umore (o della lavanderia…), impegnati in evoluzioni che lasciano poco o addirittura nessuno spazio all’improvvisazione. Nessun amplificatore sul palco, nessuno strumento fisso, anche le percussioni sono portate in spalla dai musicisti (circa tre, a volte addirittura quattro, per comporre un set di batteria completo): quasi una banda di musicisti di strada. La coreografia è essenziale, semplice in apparenza ma in realtà complessa. E in mezzo a tutto e a tutti lui, David Byrne, primus inter pares, a dare significato all’intero macchinario scenico.
In tale scenografia minimalista eppure rigogliosa, i musicisti sembrano quasi fluttuare. Fateci caso: i protagonisti sul palco (illuminato di sotto) non hanno ombra, e l’unica volta che l’ombra segue Byrne (nell’introduzione di Psycho Killer) perde la strada.
In scena si canta e si balla, con l’autoironia che contraddistingue il signor Byrne (certo, non c’è più la famosissima giacca grigia extra extra extra extra large indossata in Stop Making Sense, ma chi se ne importa?), mentre gli schermi sfruttano ogni pixel per dettagliare al massimo le canzoni.
Apprezzerete l’intera compagnia (che canta, suona e balla) esibirsi leggermente sulla superficie della luna, con la terra in lontananza sullo sfondo. Farete un giro nell’appartamento newyorkese di Byrne, il suo rifugio dove ha scritto molte delle sue ultime canzoni (My Apartment Is My Friend). Scoprirete la placida tranquillità di un paradiso bucolico su This Must Be the Place (Naive Song), e siamo sicuri che vi alzerete per l’occasione. Vi riconoscerete nelle immagini di un 25 aprile italiano in pieno Covid, mescolato con immagini di beffarde fughe in bicicletta dai brutti ceffi dell’ICE o guerre di ogni tipo in Life During Wartime (con frecciate sui mega schermi, «Make America Gay Again» o «It Feels Like We Keep Going in Circles», per la serie la storia si ripete). Resterete elettrizzati (quasi letteralmente) e ipnotizzati dallo schermo psichedelico che accompagnerà le ultime note di Burning Down The House, l’irresistibile successo con cui si conclude lo spettacolo.
Alla fine, entusiasti, penserete: non avevo mai visto niente di simile.
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2026-06-23 08:14:00