
Lacrime, urla in aula e un carabiniere costretto a restare accanto ai banchi fino alla fine dell’udienza. È stata una giornata pesantissima quella vissuta al processo per l’omicidio di Artan Kaja, il 52enne albanese conosciuto da tutti come «Tony», ucciso con un colpo di fucile alla testa nel piazzale della Smurfit Kappa di Lunata, nel comune di Capannori, nel gennaio 2025.
Al centro dell’udienza la deposizione della vedova, durata oltre un’ora. Davanti a lei, seduto immobile accanto al suo avvocato Francesco Vetere, c’era Marjan Pepa, 52 anni, connazionale ed ex amico della vittima, reo confesso del delitto. L’accusa per lui è di omicidio volontario premeditato.
Le urla dei parenti e il carabiniere in aula
Durante il racconto della donna la tensione è salita fino a esplodere: un paio di familiari di Kaja hanno gridato parole di rabbia contro l’imputato. Una reazione umanamente comprensibile, ma che ha costretto a una pausa. Alla ripresa, per precauzione, un carabiniere è rimasto all’interno dell’aula per consentire al dibattimento di andare avanti senza altri incidenti, come riferisce Il Tirreno.
«Lo avevamo accolto in casa»
La vedova ha ripercorso la storia della famiglia. Artan era arrivato dall’Albania sui gommoni all’inizio degli anni Novanta, aveva lavorato a lungo in nero e nel 1998 aveva ottenuto un contratto alla Smurfit Kappa, dove gestiva i bancali di legno nel piazzale. Lei era arrivata in Italia a 16 anni, e col tempo aveva ottenuto l’appalto per le pulizie dello stabilimento.
Poi l’incontro con Pepa, che era solo e lontano dai suoi familiari. «Mio marito ha voluto aiutarlo», ha raccontato. Pranzi e cene insieme, il figlio più piccolo accompagnato agli allenamenti di calcio, perfino qualche notte a casa loro durante una vacanza. Ma con il tempo, secondo la donna, l’uomo era diventato invadente e possessivo: beveva molto, contestava a Tony il suo modo di fare il padre e arrivava a dirgli che non meritava quello che si era costruito.
Gli insulti e la lite alla pesa
La donna ha parlato di continue provocazioni e offese pesanti rivolte a lei e alla famiglia, anche quando lui, da camionista, passava in ditta per scaricare. Il punto di rottura è arrivato nell’agosto 2024, con una scazzottata tra i due uomini alla pesa della cartiera. Dopo quell’episodio Pepa era stato convocato in direzione e mesi prima del delitto aveva lasciato il lavoro alla ditta di autotrasporti per cui lavorava.
«Nessun flirt con altri uomini e tantomeno con lui. Nego in maniera categorica una sua avance», ha scandito la vedova. «Se ho commesso un errore è stato quello di non insistere con mio marito per denunciare quelle offese. Tony mi diceva sempre di lasciar perdere. Potevo aspettarmi l’auto rigata o un vetro rotto, ma mai avrei pensato che potesse arrivare a uccidere».
Le scuse dei fratelli e una famiglia in difficoltà
Nel corso della testimonianza è emerso anche che i fratelli dell’imputato, tramite un amico comune, avrebbero voluto chiedere scusa per il male fatto alla famiglia. Che intanto, dopo la morte di Artan, ha visto la propria vita cambiare anche dal punto di vista economico: la ditta è stata chiusa, con quattro finanziamenti ancora aperti.
Il processo proseguirà nelle prossime udienze.
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