
Denuncia di essere caduto da un ponteggio mentre lavora in un cantiere navale della Darsena di Viareggio, si fa visitare al Pronto soccorso e torna a casa con sette giorni di prognosi. Cinque anni dopo si ritrova lui sul banco degli imputati, accusato di essersi inventato tutto. È la parabola giudiziaria di un operaio viareggino di circa trent’anni, che si è chiusa davanti al tribunale di Lucca con un’assoluzione per insufficienza di prove.
La caduta nel cantiere e il referto del Versilia
La vicenda, ricostruita da La Nazione, comincia nel 2021 all’interno di un cantiere della nautica viareggina. Secondo il racconto del giovane, la caduta avviene da un ponteggio. Subito dopo l’operaio si presenta al Pronto soccorso dell’ospedale Versilia per un controllo: i medici gli riconoscono sette giorni di prognosi. Un dettaglio che pesa: il lavoratore non attiva alcuna polizza assicurativa e non avanza richieste di risarcimento.
Dall’archiviazione all’accusa: il colpo di scena
Trattandosi di un infortunio avvenuto sul lavoro, la Procura apre d’ufficio un fascicolo per verificare le condizioni di sicurezza del cantiere. Gli accertamenti non individuano responsabilità di terzi né negligenze e il procedimento viene archiviato. Ma è proprio da quel decreto di archiviazione che la storia si ribalta: il pubblico ministero contesta all’operaio la simulazione di reato. In pratica, per l’accusa, quell’incidente non sarebbe mai avvenuto.
Testimoni divisi in aula
Il dibattimento si è giocato su ricostruzioni contrastanti. Un collega ha confermato di aver visto il giovane a terra e di averlo soccorso, portandogli anche un bicchiere d’acqua; altri due testimoni hanno invece riferito particolari diversi. L’imputato ha sempre sostenuto che la caduta fosse reale, e agli atti resta il referto dei sanitari del Versilia.
La richiesta del pm e la sentenza
Al termine della requisitoria il pubblico ministero ha chiesto una condanna pesante: 2 anni e 8 mesi. Il giudice Antonio Romano non l’ha accolta e ha assolto l’operaio, difeso dagli avvocati Gianmarco Romanini e Lorenzo Tolaini, ritenendo che gli elementi emersi non bastassero a superare ogni ragionevole dubbio. Si chiude così, dopo cinque anni, un caso nato tra i cantieri navali di Viareggio.
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