
Camaiore — A tre mesi dalla tragedia di Pieve di Camaiore, la difesa di Piero Moriconi traccia una linea chiara: il duplice omicidio non andrebbe ricondotto all’omofobia né all’orientamento sessuale del figlio. Lo affermano gli avvocati Enrico Carboni e Gianmarco Romanini alla luce delle indagini difensive e della consulenza psichiatrica.
Il 26 giugno 2026, nella casa di famiglia a Pieve, il muratore di 63 anni ha ucciso a colpi di fucile la moglie Kety Andreoni, di 52 anni, e il figlio Mirko, di 24. Da quel giorno Moriconi è in carcere. Deve rispondere di duplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e rischia l’ergastolo.
«Dalle indagini difensive e dal lavoro dello psichiatra Mauro Mauri stanno emergendo diversi fattori che hanno inciso su quanto accaduto», spiegano i legali. Secondo questa ricostruzione, all’origine della vicenda ci sarebbe un quadro complesso, non riducibile a un’unica etichetta.
Da un lato i difensori descrivono un contesto familiare segnato da tensioni continue tra i coniugi e con il figlio; dall’altro una personalità, quella di Moriconi, già segnata da problematiche pregresse. Un insieme di elementi che, secondo Carboni e Romanini, sarebbe stato noto anche tra parenti e conoscenti, senza che nessuno sia riuscito a intervenire in tempo.
Nei giorni immediatamente successivi al fatto era emersa l’ipotesi di un movente legato all’orientamento sessuale del ragazzo. La difesa lo esclude in modo categorico e chiede che il processo tenga conto del quadro familiare e psichiatrico ricostruito dalle consulenze.
Il fascicolo resta aperto in sede giudiziaria. Moriconi continua a essere detenuto in attesa degli sviluppi processuali, mentre la comunità di Pieve e di Camaiore resta segnata da una delle vicende più gravi degli ultimi mesi in Versilia.
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