
Myrta Merlino riapre il cassetto più scomodo della sua infanzia. In un’intervista al Corriere della Sera, ripresa anche da Bigodino, la giornalista e conduttrice parla del rapporto con la madre Annamaria Palermo e di una ferita che, a distanza di decenni, continua a pesare: a dodici anni, nel 1981, portata in una discoteca di New York, la Danceteria, mentre cercava protezione ricevette una risposta che oggi definisce ancora «una tortura».
«Divertiti, balla, che ti frega»: è la frase che Merlino attribuisce alla madre in quel momento, quando un uomo molto grosso le prese la mano e le rivolse attenzioni indesiderate. Lei cercò lo sguardo di Palermo; invece dell’aiuto arrivò l’invito a fare finta di niente. Da lì, racconta, nacque anche l’abitudine a mostrarsi forte, a costruire una barriera dietro cui mettere figli, lavoro e redazione dei suoi programmi televisivi.
Il ritratto di Annamaria Palermo che emerge dalle sue parole è carismatico e complesso. Merlino arriva a paragonarla a Oriana Fallaci: quando Palermo dirigeva l’Istituto Italiano di Cultura a Pechino e invitò la scrittrice fiorentina, si lamentava che Fallaci monopolizzasse la conversazione, senza vedere — secondo la figlia — di avere lo stesso tratto. La carriera diplomatica e culturale portò spesso la madre lontano dai figli: restavano a lungo con il padre, e il legame si riempì di assenze e di ricordi che ancora oggi Merlino chiama «scomodi e dolorosi».
Un altro episodio, sempre a New York, racconta la distanza pratica oltre che affettiva. Palermo le avrebbe suggerito di chiamarla, poi spostato l’appuntamento per tre volte. Myrta ripartì senza riuscire a vederla. Quei passaggi, insieme al ricordo della discoteca, sono al centro del libro La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale, dove la conduttrice dice di aver dovuto riaprire i conti con «la bambina ferita» che è stata — un lavoro di memoria che non ammorbidisce i fatti, ma li mette in ordine.
Nonostante tutto, il filo non si è spezzato del tutto: Merlino racconta di scriverle ancora su WhatsApp e di mandarle fotografie, con la sensazione che quella presenza resti dentro di lei. Se potesse rivederla, le direbbe che più cercava di allontanarsi, più la madre cresceva in lei. Accanto a questo percorso c’è anche Marco Tardelli, arrivato nei giorni del ricovero della madre al Gemelli: lei lo ricorda in macchina nel parcheggio per quattro ore, felice solo all’idea di rivederla. Un contrasto netto con la solitudine di allora — e il motivo per cui oggi, da madre, dice di aver messo i figli al primo posto, rinunciando a lunghe trasferte pur di non lasciarli soli.
Leave a Reply