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Enrica Porcari, la prima CIO umanista alla guida del CERN

Al CERN di Ginevra, il laboratorio in cui si esplorano i segreti dell’universo e da dove sono nate innovazioni che hanno rivoluzionato il mondo, come il World Wide Web, la gestione di una delle infrastrutture informatiche più complesse del pianeta è affidata a un’italiana che non è né una fisica né un’ingegnere.

Enrica Porcari, la prima Direttore delle Informazioni (CIO) nella storia del CERN, ha costruito una carriera internazionale senza seguire il percorso che molti avrebbero ritenuto “corretto”. La sua storia è quella di una donna che ha imparato a non dare ascolto alla voce interiore che le suggeriva di non appartenere a certi ambienti, trasformando quella che per anni ha ritenuto una debolezza – una formazione umanistica in un mondo di fisici e ingegneri – nel suo punto di forza.

Curiosità, empatia, abilità nel creare connessioni e una visione umana dell’innovazione sono le caratteristiche che la distinguono di più. In un’epoca in cui si parla soprattutto di competenze STEM, Enrica Porcari ci ricorda che l’innovazione non nasce solo dalla conoscenza tecnica, ma anche dalla capacità di fare domande diverse, comprendere le persone e immaginare il futuro prima che esista. La sua è una storia di lideraggio e determinazione, ma soprattutto la dimostrazione che ciò che spesso percepiamo come un limite può diventare la nostra risorsa più grande.

Lei dirige l’IT Department del CERN, uno dei principali centri scientifici al mondo. Qual è stata una delle sfide più grandi nel farsi strada in un settore in cui le donne sono ancora una minoranza?
Ho iniziato a lavorare al CERN in un momento di grande trasformazione, come Responsabile dell’IT Department, e quattro anni dopo sono diventata la sua prima Chief Information Officer. Non è stato facile arrivare fin qui e mi sono spesso chiesta: cosa sto facendo al CERN? Una domanda che nasce da una voce che descrivo spesso come quella di una sorella maggiore saggia ma un po’ critica – sempre pronta a elencare i motivi per cui non appartengo al mondo della tecnologia.
Ma lungo il percorso, ho capito che la vera sfida non era mai stata il settore, né essere una delle poche donne nella stanza. Era quella voce e quanto peso le davo. Le donne non hanno bisogno di un trattamento speciale. Siamo forti e in grado di costruire il nostro percorso e i nostri successi. Una volta che ho smesso di trattare quella voce come una verità, e l’ho vista come una voce tra le altre, è esattamente quello che ho fatto.

Ha una formazione umanistica in un contesto dominato da ingegneri e fisici: questo percorso è mai stato percepito come un limite? Quando ha capito che poteva diventare invece un punto di forza?
Per anni ho spesso iniziato frase con “Non sono un’esperta tecnica, ma…” – come se la mia visione avesse bisogno di un permesso per esistere prima che potessi condividerla. Ma il cambiamento è arrivato quando ho capito che ciò che ritenevo una debolezza era, in realtà, il mio punto di forza. Dove gli altri vedevano sistemi, io vedevo persone, necessità, esperienze e l’opportunità di costruire qualcosa che non era ancora stato costruito. È allora che ho smesso di scusarmi e ho iniziato a dire “proprio perché non sono un’esperta tecnica, vedo ciò che gli altri potrebbero non vedere”.

Lei dimostra che per guidare l’innovazione non basta saper scrivere codice, ma serve anche interpretare il cambiamento. In un’epoca in cui le competenze STEM sono considerate il “nuovo oro”, stiamo sottovalutando l’importanza delle competenze trasversali?
Non penso che esistano competenze “soft” quando si parla di innovazione. L’empatia, la visione e la capacità di anticipare il cambiamento sono tra le competenze più difficili da sviluppare – e tra le più importanti. Viviamo in un momento in cui il ritmo del cambiamento spinge tutti verso il prossimo cambiamento, il prossimo annuncio, la prossima possibilità entusiasmante. E quell’energia importa. Ma la tecnologia da sola è priva di vita. Il suo significato deriva interamente da come e da chi viene utilizzata.
Quando l’entusiasmo svanisce, ciò che rimane sono le conseguenze per le persone che tocca. Le vite che cambia – o che non riesce a cambiare. Ed è lì che emerge davvero l’importanza delle competenze trasversali.

Prima del CERN ha lavorato nel settore umanitario come CIO del World Food Programme. In che modo l’esperienza sul campo durante le crisi umanitarie ha influenzato il suo approccio alla tecnologia e il suo modo di dialogare con gli scienziati del CERN?
Lavorare in contesti di crisi insegna una cosa su tutte: la tecnologia conta solo se raggiunge le persone che ne hanno bisogno. Ho visto cosa succede quando non lo fa. E ho visto cosa diventa possibile quando lo fa. Lo stesso istinto guida il mio lavoro al CERN oggi. Riunendo ingegneri, scienziati e coloro che sono più vicini al lavoro, ci assicuriamo che l’innovazione non solo raggiunga gli scopi fondamentali del lavoro del CERN, ovvero la scoperta delle origini dell’universo, ma anche che quella tecnologia venga applicata nella vita di tutti i giorni.
Perché in entrambi i mondi stiamo lavorando a qualcosa di più grande di noi stessi. Nel settore umanitario si trattava di supportare i più vulnerabili. Al CERN sono le conoscenze. Lo scopo cambia, ma la responsabilità no.

Il CERN produce una quantità enorme di dati. Come si gestisce questo desiderio tecnologico garantendo allo stesso tempo la sostenibilità e l’efficienza?
Un exabyte di dati – l’equivalente di trecento miliardi di foto da smartphone. Questo è quanto i nostri esperimenti hanno recentemente generato e questo volume crescerà ulteriormente con i futuri programmi scientifici.
La sfida non consiste semplicemente nell’accumulare dati, ma nel decidere su cosa concentrare l’attenzione. L’intelligenza artificiale ci aiuta già a identificare in tempo reale ciò che è davvero importante. È un cambiamento di paradigma: dal semplice possesso dei dati alla loro vera comprensione.
E questa è sempre più una sfida che va oltre il CERN. Perché il vero valore non risiede nei dati stessi, ma nel discernimento, nella responsabilità e nella comprensione che apportiamo ad essi.

Spesso le tecnologie del CERN finiscono nelle nostre vite, come accadde con il World Wide Web. Quali innovazioni potrebbero rivoluzionare il mondo della finanza o dell’industria nei prossimi anni?
Il World Wide Web è nato al CERN semplicemente per aiutare gli scienziati a condividere dati, eppure ha finito per rivoluzionare il modo in cui viviamo, lavoriamo e comunichiamo. Nessuno lo aveva pianificato. Ed è proprio questo il punto.
Oggi, il calcolo quantistico e l’intelligenza artificiale stanno aprendo possibilità che non siamo ancora in grado di immaginare pienamente – nella finanza, nell’industria e nella sicurezza – eppure le applicazioni che saranno più importanti sono probabilmente quelle a cui nessuno ha ancora pensato.
Le organizzazioni di successo non saranno solo quelle che adotteranno queste tecnologie per prime – ma quelle che rimarranno flessibili, aperte al cambiamento e disposte a costruire in modo diverso quando necessario.
Perché alla fine, non è mai la tecnologia a trasformare un settore. Sono le persone disposte a pensare in modo diverso e abbastanza coraggiose da agire di conseguenza.

In che modo state integrando l’intelligenza artificiale nella ricerca scientifica? E quali sono i rischi etici che la preoccupano maggiormente?
Il CERN utilizza l’intelligenza artificiale da decenni, molto prima che diventasse un argomento di discussione globale. Senza di essa, gran parte della conoscenza nascosta nella montagna di dati generata dalle collisioni di protoni rimarrebbe inaccessibile.
Ma ciò che mi preoccupa di più non è la tecnologia in sé, ma la concentrazione del controllo che la circonda. Oggi, l’IA viene plasmata da un numero incredibilmente ridotto di attori – e rischiamo di creare un mondo in cui tecnologie che riguardano tutti vengono decise da troppo pochi. Al CERN, dimostriamo che un modello diverso è possibile – uno basato sull’apertura, sulla collaborazione e sulla convinzione che la conoscenza appartenga a tutti. Perché la versione più pericolosa dell’IA non è quella che pensa per sé. È quella che pensa per tutti – ma è costruita da quasi nessuno.

Perché secondo lei ancora oggi molte ragazze si autoescludono dalle carriere STEM? E cosa direbbe a una giovane donna che teme di non avere il “profilo giusto” per lavorare nella tecnologia o nella ricerca?
L’idea di un “profilo giusto” per la tecnologia o la scienza è uno dei miti più dannosi che continuiamo a raccontare ai giovani – perché semplicemente non è vero.
Vengo da una formazione umanistica e alla fine sono arrivata a guidare il Dipartimento IT del CERN. Ciò che mi ha portata fin qui non è stato un curriculum perfetto, ma la curiosità, il duro lavoro, l’impegno, il coraggio di fare domande che gli altri non facevano e la disponibilità a varcare porte anche quando non ero sicura di appartenervi. Questo non vuol dire che la formazione STEM non sia importante. Al contrario. Ma il mio messaggio è che spesso le giovani donne che decidono di autoescludersi sono proprio quelle di cui abbiamo più bisogno: quelle che pensano in modo diverso, che chiedono “perché” invece di solo “come”, e che portano prospettive che si integrano con altre discipline.
Quindi il mio messaggio è semplice: non aspettate di sentirvi pronte. Molto spesso, ciò che pensate sia il vostro punto debole diventa la vostra più grande forza.

Cosa dovremmo fare concretamente, nelle scuole e nelle aziende, per colmare il divario di genere nelle professioni STEM?
I team più efficaci con cui ho lavorato non sono mai stati quelli più omogenei. Erano quelli composti da persone con background diversi, modi di pensare diversi e domande diverse – perché è spesso da queste differenze che emergono le idee migliori.
Per le scuole, questo significa dimostrare fin da subito che la scienza e la tecnologia non sono riservate a un solo tipo di persona o a un unico percorso lineare. Per le aziende, significa creare culture in cui voci diverse vengono davvero ascoltate e in cui le persone non si sentono costrette ad adattarsi a un modello esistente per avere successo. Perché la diversità non è solo un valore sociale: è una condizione che rende possibile l’innovazione.

Nonostante una carriera internazionale, ha mantenuto un forte legame con Tivoli, la città in cui è nata e cresciuta. Quanto contano le radici nel suo percorso personale e professionale? E cosa le piace fare nel tempo libero per staccare da un lavoro così complesso?
Nonostante i molti luoghi in cui il mio lavoro mi ha portato, le mie radici a Tivoli sono rimaste il mio punto di riferimento. Crescere circondata da storia e bellezza mi ha subito insegnato l’importanza della continuità, della curiosità e del costruire su ciò che ci ha preceduto.
Questa prospettiva ha plasmato sia il mio percorso personale che professionale.
E forse è per questo che, non importa quanto impegnativo sia il mio ruolo, ho ancora bisogno delle cose semplici che mi tengono con i piedi per terra: la famiglia, le lunghe passeggiate, la scrittura e il tempo trascorso nella natura.

Dopo aver raggiunto così tanti obiettivi, cosa la entusiasma ancora del futuro?
Sono entusiasta di ciò che ancora non sappiamo. Al CERN lavoriamo ogni giorno alla frontiera tra il noto e l’ignoto. È un privilegio straordinario. Come scrivo ne Il futuro che non c’era: il futuro non accade semplicemente – viene costruito. E la vera responsabilità è costruirlo con consapevolezza, coinvolgendo quante più voci possibile.


2026-06-19 14:13:00