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Carnicelli e il ‘caso Lucca’: ‘Il rischio maggiore? Forti piogge. Ma anche frane e alluvioni pesano’

Piogge intense, frane e rischio di inondazioni: questi sono i principali fattori che rendono il territorio di Lucca particolarmente vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico. Roberto Carnicelli, CEO di Eoliann, ha spiegato a La Nazione le ragioni di questa vulnerabilità, illustrando come vengono condotte le analisi del rischio e quali strumenti possono aiutare enti e territori a passare dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione.

Perché Lucca è una delle province italiane più esposte al rischio climatico?

“La nostra analisi ha preso in considerazione sia la situazione attuale sia uno scenario per il 2050, esaminando diversi rischi climatici. Abbiamo valutato sei fattori principali: siccità, frane, inondazioni, incendi, venti estremi e piogge intense. Per ciascun rischio, abbiamo calcolato un indice di esposizione del territorio da 0 a 10, e poi abbiamo aggregato i risultati per creare una classifica delle province italiane più a rischio”.

E cosa è emerso?

“Nel caso della provincia di Lucca, il principale fattore di rischio è rappresentato dalle piogge. Stiamo parlando sia di precipitazioni estreme, ovvero grandi quantità di acqua in tempi brevi, sia del rischio di frane, che è strettamente correlato alla presenza di terreni saturi e alla maggiore instabilità del territorio. Anche il vento estremo presenta valori elevati. Il rischio di inondazione è significativo, con un indice di circa 8 su 10, ed è uno degli elementi che contribuiscono maggiormente al livello complessivo di esposizione della provincia”.

Lo scenario potrebbe peggiorare?

“Nello scenario futuro che abbiamo analizzato, c’è anche un aumento del rischio incendi, anche se con un indice più basso rispetto agli altri fattori. Tuttavia, il quadro principale rimane legato alle piogge intense e alle conseguenze che queste possono generare, come frane e inondazioni”.

Quali sono i primi passi da compiere per prevenire i danni?

“Il primo passo è capire quali beni e infrastrutture sono realmente esposti. È una cosa se un territorio ha una forte presenza agricola, dove un evento estremo può avere un impatto sulla produzione; è un’altra cosa se un territorio ha una prevalenza industriale o manifatturiera, dove i danni possono essere di natura diversa. Quindi, è necessario identificare quali aziende, abitazioni e infrastrutture potrebbero essere colpite”.

Quali strumenti possono essere utilizzati per proteggere il territorio?

“Dopo aver identificato le aree più a rischio, si possono progettare interventi mirati. Esistono soluzioni basate sulla natura, come il ripristino di aree verdi, la scelta di determinate specie arboree o la creazione di superfici non cementificate che possono assorbire meglio l’acqua. In altri casi, potrebbero essere necessarie opere più strutturali, come il rafforzamento degli argini, barriere protettive o interventi per prevenire le frane, come le reti paramassi”.

Quanto è importante avere dati dettagliati prima di intervenire?

“È fondamentale. L’analisi provinciale serve a fornire un quadro generale, ma oggi disponiamo di tecnologie che ci permettono di lavorare con una risoluzione molto più alta, fino a individuare quali singole aree, aziende o abitazioni siano più a rischio. Solo con informazioni precise è possibile progettare interventi efficaci e destinare le risorse dove sono davvero necessarie. La direttiva Cer ci dice che la resilienza non è più un valore, è un obbligo. Per anni abbiamo parlato di infrastrutture critiche come se fossero eterne: ponti, reti elettriche, sistemi idrici progettati per durare un secolo, progettati per un clima che non esiste più. La direttiva è un passo necessario. Ma non basta rispettare una scadenza: dobbiamo passare alla costruzione di un’infrastruttura resistente”.

Giulia Prete

2026-07-19 07:15:00