
Lucca – Centottantatré giorni dopo la partenza, Gianni Brancoli risponde al telefono da una stazione di servizio nel deserto. Ha 26 anni, è lucchese, e da marzo pedala verso il Giappone con una sola certezza: non tornare indietro.
Il via è del 15 marzo 2026. Da allora ha attraversato Paesi, valichi e controlli di polizia, fino a entrare in Cina e a ritrovarsi, oggi, molto più vicino alla meta di quanto immaginasse quando la guardava solo sulla cartina.
«Il cambiamento principale l’ho fatto all’inizio, buttandomi e decidendo di partire», dice. «Sembrava impossibile. Oggi ho solo più esperienza e tanta voglia di conoscere ancora di più».
Se dovesse scegliere un’immagine del viaggio, indicherebbe lo scatto alla fine della Bartang Valley, ultimo passo prima del Kirghizistan: uno dei tratti più duri, chiuso anche con un’intossicazione alimentare che non lo ha fermato. In Cina la polizia lo ha seguito a lungo; lui racconta di non essersi spaventato («avevo già messo in conto tutto») e di aver ripreso energie proprio lì.
I momenti in cui ha pensato di non farcela? «Ce ne sono stati tanti. Una parte di me avrebbe ceduto subito, un’altra non lo farebbe neanche a costo di svenire per la fatica». E quelli in cui ha pensato che valesse la pena partire? «Lo penso alla fine di ogni giorno, quando preparo il sacco a pelo».
Della vita «normale» a Lucca non gli manca quasi nulla, solo la nostalgia di progetti rimandati. Il Giappone, da obiettivo lontano, è diventato una meta che mette ansia: «Ho paura di scoprire che ne sarà quando tutto questo finirà». Al se stesso del giorno della partenza direbbe di essere fiero di lui — e di lasciare a casa i chili inutili: «In salita pesano».
Fonte: La Nazione (intervista a Gianni Brancoli), 15 settembre 2026.
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