
PISA — Alloggi troppo pochi, affitti in tensione e concorrenza delle telematiche: per il prorettore alla didattica dell’Università di Pisa, Giovanni Paoletti, il rischio è che l’ateneo perda attrattività e che lo stesso modello di «città campus» vada in crisi.
«Purtroppo no. Tra calo demografico, mancanza di alloggi e concorrenza delle telematiche, il sistema universitario italiano deve prepararsi ad affrontare tempi duri. Per quanto riguarda Pisa, la nostra maggiore preoccupazione riguarda la necessità di alloggi per gli studenti», spiega Paoletti in un’intervista a La Nazione.
I numeri, secondo il prorettore, raccontano già una stretta: «Il numero di case disponibili è troppo basso. La Pisa come “Città campus” funziona se c’è una sinergia tra Ateneo e città e gli affitti, da questo punto di vista, sono cruciali».
Davanti a un’inflazione degli affitti, gli studenti «possono scegliere di andare altrove». Finora la città è rimasta relativamente accessibile, «ma con l’avvento degli affitti brevi e degli Airbnb rischiamo di scoppiare: siamo davanti a una minaccia seria per il diritto allo studio e per l’attrattività della città».
Sul punto Airbnb, Paoletti non ha dubbi: un affitto breve rende più di uno studente, «ma non possiamo pensare che il mercato decida chi può permettersi di studiare all’università e chi no». Se una casa per studenti diventa appartamento per turisti, «qualcuno viene escluso»: non è solo questione di mercato, ma di diritto allo studio riconosciuto dalla Costituzione.
La ministra Bernini ha annunciato oltre 60mila posti letto nazionali, di cui 73 a Pisa. «Ogni iniziativa di contrasto all’emergenza abitativa è lodevole», replica il prorettore. Ma avverte di non limitarsi «ad assecondare la logica del mercato», citando gli Student Hotel «spesso molto Hotel e molto poco per Students». I beni comuni «vanno protetti e tutelati con una politica basata su principi diversi da quelli del mercato».
La stretta abitativa, aggiunge, spinge anche verso le università telematiche: se una famiglia non può mandare un figlio fuori casa, la didattica a distanza diventa più appetibile. «Solo che scegliere la telematica, per un neo diplomato, rischia di essere un boomerang»: si perde l’esperienza di comunità, città e relazioni, «parte importante della formazione».
La risposta dell’ateneo tradizionale? Didattica più flessibile, lezioni registrate e materiali accessibili, «ma senza trasformare l’università in un piano B a distanza». L’obiettivo è intercettare chi dopo il diploma non prosegue: Eurostat parla del 52,4% dei diplomati del 2023 fuori dall’università, fino al 60,7% nella fascia 20-34. «È su queste persone che si deve puntare» anche per fronteggiare l’inverno demografico, cercando nuovi studenti anche all’estero.
Fonte: La Nazione, 4 settembre 2026.