
Nicolas Maupas non gira intorno alle parole. Da Venezia 83, dove ha vissuto la Mostra del Cinema tra conduzione, emozioni e confronti da red carpet, l’attore punta dritto a un nome: George Clooney. Per lui è «l’ultimo vero divo». E aggiunge la freccia che fa discutere: oggi, dice, manca il mistero.
La 83esima edizione della Mostra è stata per Maupas un’esperienza intensa. Arrivato alla cerimonia di chiusura con il peso di una diretta e di un copione da reggere, il giovane attore ha raccontato il festival come una sfida professionale: «La diretta, la scrittura, la responsabilità di una cerimonia. Sono state tappe estremamente interessanti».
Nel suo ragionamento il cinema resta il centro. Non solo sogno e fuga, ma anche ancora sul presente. «Il cinema rimane il protagonista perché lo sono le storie che racconta», ha spiegato, sottolineando la capacità del grande schermo di mettere i fari su questioni urgenti. Una visione adulta, lontana dalla sola logica del like.
Poi arriva il ricordo che ha acceso i titoli: Venezia, il palco, Greta Scarano al suo fianco e davanti a loro George Clooney premiato alla carriera. Maupas racconta di aver vissuto quel momento due volte — prima concentrato sul lavoro, poi consapevole di cosa stesse davvero accadendo. Da bambino la Mostra gli sembrava irraggiungibile; da adulto se l’è trovata sotto i piedi, con un Leone d’Oro alla carriera a pochi metri.
Di Clooney valorizza soprattutto l’aplomb fuori dal set. Non solo la recitazione, ma il modo di stare nel mondo: dire cose essenziali senza alzare la voce, tenere l’eleganza anche quando le telecamere premono. È da lì che nasce la definizione che sta facendo il giro del web: Clooney come ultimo vero divo, in un’epoca in cui tutto è esposto, spiegato, smontato in tempo reale.
«Oggi manca il mistero» non è una frase buttata lì. È una diagnosi sul sistema. Tra social, backstage continui e spoiler emotivi, la star contemporanea rischia di diventare troppo vicina, troppo leggibile. Clooney, nella lettura di Maupas, tiene ancora quella distanza magnetica che faceva grande il divismo classico: presenza totale, rivelazione misurata.
Nicolas Maupas, dal canto suo, non vende la notorietà come traguardo. «Non credo debba essere la finalità del percorso», ha detto. Conta restare coerenti, autentici, legati al mestiere. La recitazione resta una necessità: «Mi piace, mi diverte. È una cosa che ho cominciato a sognare prima di farla davvero».
Anche la conduzione a Venezia entra in questo percorso. Non un passaggio di glamour fine a sé stesso, ma un allenamento di responsabilità pubblica. Presentare l’apertura, condividere il palco, reggere i tempi di una serata globale: prove da attore e da uomo di spettacolo allo stesso tempo.
Sul proprio momento, Maupas resta sobrio. Cita Djokovic — «not bad» — e rifiuta di dare per scontato l’arrivo al festival più importante. C’è impegno, c’è coscienza, c’è anche il dispiacere di non aver vissuto ogni giorno della Mostra da spettatore totale: «Ho seguito tramite i giornalisti». Tra un impegno e l’altro ha comunque recuperato la proiezione di Naza.
Il contrasto è potente: un volto giovane del cinema italiano che celebra un mito hollywoodiano proprio mentre la Mostra inventaria il presente. Da un lato Clooney e il mito del divo; dall’altro una generazione cresciuta tra set, Instagram e dirette, che sente la mancanza di qualcosa di meno immediato e più enigmatico.
Per il pubblico italiano le parole di Maupas funzionano come un manifesto soft. Non è nostalgia da bar, è un richiamo al fascino della distanza. In un’industria che chiede trasparenza continua, il mistero torna a essere un valore — e Clooney, secondo l’attore, ne è ancora il simbolo più nitido.
Così, mentre Venezia 83 chiude i battenti, la frase resta appesa sul Lido e oltre: Nicolas Maupas indica George Clooney come ultimo vero divo e punta il dito su ciò che oggi manca. Non un gossip da corridoio, ma una lettura di epoca. E, per chi ama lo spettacolo, un titolo che non si dimentica facilmente.
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