
Venezia — Non è solo il Leone d’oro a restare impresso. È la voce di May el-Toukhy subito dopo: un film «per le invisibili» e, insieme, un messaggio tagliente alla figlia adolescente. «Non stare sempre al telefono, guardati intorno e usa la tua voce» contro la disumanizzazione e a fianco di chi è stato messo a tacere.
La regista danese di origini egiziane è appena la settima donna a conquistare il massimo riconoscimento in 83 edizioni della Mostra. In concorso, insieme a Rachel Szor (co-autrice di Naza), era l’unica firma femminile su ventuno titoli. Arrivata al Lido, ha raccontato di non aver chiuso occhio: l’impressione di essere diventata «la più famosa delle donne sconosciute».
Woman Unknown (titolo internazionale di Kvinde Ukendt) torna sulla Danimarca del dopoguerra e sulle donne umiliate come «collaborazioniste»: rasate, esposte, marchiate. «Parla del corpo femminile come campo di battaglia e questione pubblica», ha spiegato el-Toukhy. «E allo stesso tempo racconta storie di donne non viste e senza voce».
In conferenza stampa aveva già puntato il dito sul sistema: finanziamenti più facili per i colleghi uomini, e critici pronti a parlare di «genio» quasi mai al femminile. Sul palco ha ringraziato la presidente di giuria Maggie Gyllenhaal per la battaglia sulle pari opportunità: «Ci si sente molto sole, a volte».
Il Leone, ha aggiunto, serve anche a «illuminare le donne della nostra storia». Il messaggio più personale resta quello alla figlia: passione, comunità e coraggio — e la voce alzata, non lo scroll infinito. Mathilde Arcel, protagonista, ha preso anche la Coppa Volpi; il dettaglio dei premi, però, qui conta meno dell’intervista che el-Toukhy ha scelto di firmare a caldo.
Fonte: la Repubblica (intervista, 13 settembre 2026, ore 5:00) e Ansa.
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