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Lucca, preso in città l’uomo-ponte della maxi frode Iva da 100 milioni: metteva in contatto chi voleva fatture false con chi le emetteva

Lo cercavano da tempo, e alla fine i finanzieri lo hanno trovato a Lucca. È finito in manette un uomo residente in Svizzera che, secondo gli investigatori, era il principale collaboratore del promotore di un’associazione a delinquere costruita attorno a una gigantesca frode sull’Iva: fatture per operazioni inesistenti per circa 100 milioni di euro.

L’arresto in città è uno dei tasselli più rilevanti dell’operazione portata avanti dai Nuclei di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Torino e Ancona, coordinati dalla Procura europea di Torino.

Il ruolo: far incontrare domanda e offerta di fatture false

Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo fermato a Lucca non stampava le fatture in prima persona, ma faceva qualcosa di altrettanto prezioso per il sistema: insieme a un altro indagato, avrebbe messo in contatto le società che avevano bisogno di documenti falsi con quelle pronte a emetterli. Un intermediario, insomma, l’anello che teneva uniti i due livelli dell’organizzazione.

Individuarlo non è stato semplice, proprio perché residente all’estero. Gli investigatori ci sono arrivati con intercettazioni, pedinamenti, appostamenti, accertamenti bancari e incroci delle banche dati.

Plastica che girava in tondo tra Gorizia e l’Austria

Al centro dell’inchiesta c’è il commercio di materie plastiche. L’organizzazione, con base nelle Marche e ramificazioni in diverse regioni e Paesi europei, avrebbe usato società “cartiere” e società “filtro” con sede in Italia, Austria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania e Ungheria: spesso aziende senza una vera struttura e senza dipendenti, intestate a prestanome.

Il meccanismo, per come lo descrivono gli inquirenti, era tanto semplice quanto redditizio. Le stesse partite di merce partivano dall’Italia, in particolare da Gorizia, verso l’Austria, nella zona di Fürnitz e Villach, e poi rientravano. Nel frattempo venivano emesse fatture che documentavano nuove vendite verso l’Est Europa, anche se la merce lì non arrivava mai. Sulla carta, così, un unico carico diventava protagonista di più operazioni commerciali.

Le imprese italiane coinvolte avrebbero poi usato quella documentazione per detrarre indebitamente l’Iva, mentre le società della catena non presentavano le dichiarazioni e non versavano l’imposta.

I numeri dell’inchiesta

  • 18 indagati raggiunti da misure: 11 custodie cautelari in carcere e 7 misure interdittive;
  • 56 persone coinvolte a vario titolo e 42 società, 34 italiane e 8 estere;
  • circa 25 milioni di euro di danno per lo Stato italiano e l’Unione europea, la stessa cifra del sequestro preventivo disposto anche per equivalente;
  • il periodo sotto la lente va dal 2018 al 2022.

I finanziatori e i “cash dog”

Dalle indagini sarebbe emerso anche un livello ulteriore: quello dei finanziatori esterni, che avrebbero prestato ai promotori somme ingenti per alimentare il giro di pagamenti necessario a rendere credibili le operazioni simulate. I profitti, poi, sarebbero serviti a pagare chi lavorava ai vari piani della catena.

Per eseguire arresti e perquisizioni sono scesi in campo oltre 140 finanzieri, con i reparti di Piemonte, Marche, Lazio, Veneto, Lombardia, Puglia e Calabria e le unità cinofile addestrate a fiutare il denaro contante, i cosiddetti “cash dog”.

Come sempre in questa fase, le accuse dovranno essere verificate nel corso del procedimento e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Marco Vannucci

Corrispondente da Lucca

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Marco Vannucci

È corrispondente da Lucca per altopascio.info. Segue la vita del territorio — scuole, associazioni, amministrazione — con uno sguardo attento alle Mura rinascimentali e Piazza dell'Anfiteatro. Scrive in modo sobrio, da chi il luogo lo frequenta tutti i giorni.

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